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Don't be too intellectual or take yourself too seriously,have fun (...). Wisdom is the ability to live coherently in a chaotic world.

Arnold Keyserling
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\\ Home : Storico : Vocal Coaching/Lezioni di Canto (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

Di Fabrizia (del 13/08/2008 @ 23:59:11, in Vocal Coaching/Lezioni di Canto, linkato 2240 volte)

Queste prime tre foto sono di Marco Cerri Ciommei, splendide immagini di momenti interiori colti al volo, così altamente risonanti con le emozioni di quegli istanti... Bravo Marco! potete andare a vedere tutte le sue foto relative al seminario sul blog di injazz... e da oggi ci trovate anche tutti i video riuniti! (almeno quelli pubblicati finora)

Ecco come un solista si trasforma in accompagnatore, uno strumentista in cantante, un allievo in performer... A Fabriano ci siamo tutti divertiti tantissimo quest'anno, il livello artistico era alto e sia le jam che i concerti sono stati veramente pregevoli. Ho postato dei video nella sezione stuff, roba serissima come le riprese del warm-up dei miei cantanti (che nella realtà dura 30 minuti) e Giuditta Levi Tomarchio che canta una splendida You go to my head ad una jam session insieme ai suoi meravigliosi musici Alberto Napolioni (piano), Stefano Battaglia (bass) e Giacomo Zucconi (drums), ma volevo offrirvi qui anche un piccolo divertissement, anzi due... Senza altri preamboli, buttate un occhio a destra nella sfilza dei video, trovate il mio duo inedito col chitarrista-cantante Fabio Fidanza e... enjoy!

 
Di Fabrizia (del 04/04/2006 @ 00:02:00, in Vocal Coaching/Lezioni di Canto, linkato 767 volte)
APPRENDERE
(da Erich Fromm – Avere o Essere – Oscar Saggi Mondadori p 60)


Studenti che facciano propria la modalità esistenziale dell’avere assisteranno a una lezione udendo le parole dell’insegnante, afferrandone la struttura logica e il significato e facendo del loro meglio per trascrivere ognuna delle parole stesse nel loro quaderno d’appunti, in modo da poter poi mandare a memoria le annotazioni e quindi superare poi la prova di un esame. Ma il contenuto non diviene parte del loro personale sistema di pensiero, arricchendolo e dilatandolo; al contrario, essi trasformano le parole che odono in agglomerati di idee cristallizzate o in complesse teorie che comunque immagazzinano passivamente. Gli studenti e quanto viene loro insegnato rimangono estranei, a parte il fatto che ognuno degli studenti è divenuto il proprietario di un insieme di affermazioni fatte da qualcun altro (il quale a sua volta o le ha coniate di suo o le ha riprese da un’altra fonte).

Gli studenti che fanno propria la modalità dell’avere si prefiggono un’unica meta: mantenere ciò che “hanno appreso”, registrandolo esattamente nella propria memoria oppure conservandone accuratamente le annotazioni. Non devono né produrre né creare qualcosa di nuovo. In effetti gli individui del tipo “avere” mostrano la tendenza a sentirsi turbati da nuovi pensieri o idee su questo o quello’argomento, e ciò perché il nuovo mette in questione l’insieme cristallizzato di informazioni che già possiedono. In effetti, per una persona agli occhi della quale l’avere costituisce la forma principale di relazione con il mondo,idee che non possano venire facilmente incamerate (o registrate per iscritto) sono preoccupanti, al pari di qualsiasi altra cosa che cresca o si trasformi, e che pertanto sia incontrollabile.

Il processo di apprendimento è di tutt’altro tipo per quegli studenti che fanno propria la modalità di rapporto con il mondo incentrata sull’essere. Tanto per cominciare, costoro non andranno alle lezioni, neppure alla prima di un corso, a guisa di tabulae rasae; hanno riflettuto già in precedenza sulle problematiche che le lezioni affronteranno, e custodiscono nella mente un certo numero di domande e problemi personali. Si sono occupati della materia, e questa li interessa. Anziché essere passivi recipienti di parole e idee, ascoltano, odono e, cosa della massima importanza, ricevono e rispondono in maniera attiva, produttiva. Ciò che ascoltano stimola gli autonomi processi di elaborazione mentale, provocando in loro il sorgere di nuove domande, di nuove idee, di nuove prospettive. Il loro ascoltare è un processo vitale. Prestano orecchio con interesse, odono davvero quel che l’insegnante dice, spontaneamente si rivitalizzano in risposta a ciò che ascoltano. Non acquisiscono semplicemente conoscenze, un bagaglio da portarsi a casa e mandare a mente. Ognuno di loro è stato coinvolto ed è mutato: ognuno dopo la lezione è diverso da come era prima. Naturalmente, questa modalità di apprendimento può imporsi solo qualora l’insegnante offra argomenti stimolanti: vuote chiacchiere non possono trovare, come risposta, la modalità dell’essere, ragion per cui gli studenti che la facciano propria preferiscono non ascoltare affatto, per concentrarsi sui loro personali processi mentali.
Qui va fatto almeno un accenno al significato di “interesse”, che nell’uso corrente si è ridotto a un’espressione esangue, consunta. Il significato essenziale di essa è reperibile nella radice da cui deriva: il latino inter-esse, vale a dire “essere tra” o “dentro”. Quest’interesse attivo ha trovato espressione, nel Middle English, vale a dire l’inglese parlato tra il 1200 e il 1500 circa, nel verbo to list (aggettivo listy; avverbio listily; il verbo significa ascoltare, prestare attenzione, accezione usata soltanto in senso poetico e ritenuta oggi arcaica, ma anche aver voglia, desiderare; il termine to list nel senso di sbandare deriva ovviamente dal significato originario: la nave “ascolta” il vento, e insieme lo “desidera” con tanta forza, da obbedirgli incontrollatamente; si noti infine che list come sostantivo significa confine, frontiera, e al plurale recinto, palizzata (to enter the lists = entrare in lizza - NdT). Nell’inglese moderno, to list è usato soltanto in senso spaziale: a ship lists (una nave sbanda); il significato originario in senso psichico lo si trova unicamente nell’espressione, di connotazione negativa, listless (disattento, distratto; svogliato, indifferente). To list un tempo significava “aspirare attivamente a”, “essere sinceramente interessato a”. L’etimo è lo stesso di quello di lust (lussuria, concupiscenza, brama, avidità), con la differenza che to list non sta a indicare una brama da cui uno è trasportato, bensì il libero e attivo interesse per qualcosa, ovvero l’aspirazione a raggiungerla…..
 
Di Fabrizia (del 03/04/2006 @ 00:04:00, in Vocal Coaching/Lezioni di Canto, linkato 1147 volte)
KEVIN KELLY
OUT OF CONTROL
La nuova biologia delle macchine, dei sistemi sociali e dell’economia globale
Ed.URRA

Dal capitolo 24:

“Dal niente la natura costruisce qualcosa.
All’inizio c’è un pianeta completamente roccioso; poi c’è la vita, in grande quantità. All’inizio colline aride; poi torrenti con pesci e code di gatto, e uccelli variopinti. All’inizio una ghianda; poi un querceto.
Mi piacerebbe poterlo fare. All’inizio un pezzo di metallo; poi un robot. All’inizio qualche circuito; poi una mente. Prima qualche antico gene; poi un dinosauro.
Come si fa a costruire qualcosa dal niente? Anche se la natura conosce il trucco, noi non siamo riusciti a imparare molto osservandola. Abbiamo imparato di più dai nostri errori nella creazione di organismi complessi e mettendo insieme queste lezioni con piccoli successi nell’imitazione e nella comprensione dei sistemi naturali. Quindi, partendo dalle frontiere dell’informatica, dai confini della ricerca biologica e dagli aspetti bizzarri della sperimentazione interdisciplinare, ho compilato Le nove leggi di Dio che governano la maturazione di qualcosa, di vario genere, dal niente.
  1. Distribuisci l’essere
  2. Esercita il controllo dal basso verso l’alto
  3. Coltiva risultati crescenti
  4. Costruisci pezzo per pezzo
  5. Massimizza gli elementi marginali
  6. Onora i tuoi errori
  7. Non cercare la perfezione: cerca di avere obiettivi molteplici
  8. Persegui il costante squilibrio
  9. Il cambiamento cambia se stesso.

Le nove leggi sono i princìpi organizzativi che si possono osservare in funzione in sistemi così diversi come l’evoluzione biologica e i prodotti della simulazione (SimCity). Naturalmente non intendo sostenere che queste siano le uniche norme necessarie per costruire qualcosa dal niente; ma, da molte osservazioni accumulate nella scienza della complessità, questi princìpi sono le caratteristiche generali più ampie, più brillanti e più rappresentative. Sono convinto che si possa andare molto lontano nel ruolo di creatore attenendosi a queste nove leggi.

Distribuisci l’essere. Lo spirito di un alveare, il comportamento di un sistema economico, la mente di un supercomputer e la vita che c’è in noi sono distribuiti in una moltitudine di unità più piccole (che possono essere a loro volta distribuite). Quando la somma delle parti può ammontare a più del valore delle singole parti, allora quella parte di essere in più (che rappresenta il qualcosa dal niente) è distribuita tra le parti. Ogni volta che siamo di fronte a qualcosa che nasce dal niente, si tratta di qualcosa che sorge da un campo di molte parti più piccole che interagiscono tra loro. Tutti i misteri che consideriamo più interessanti – la vita, l’intelligenza, l’evoluzione – si trovano nel terreno dei grandi sistemi distribuiti.

Esercita il controllo dal basso verso l’alto. Quando tutto è collegato a tutto in una rete distribuita, tutto accade simultaneamente. Quando tutto accade simultaneamente, i problemi vasti e veloci ruotano semplicemente intorno a una qualsiasi autorità centrale. Per questo motivo il controllo generale deve provenire dai più umili atti interdipendenti eseguiti localmente, in maniera parallela, e non da un comando centrale. Una moltitudine può governare se stessa, e nel luogo del cambiamento rapido, massiccio ed eterogeneo, solo una moltitudine può governare. Per ottenere qualcosa dal niente, il controllo deve fermarsi sul fondo con umiltà.

Coltiva risultati crescenti. Ogni volta che si utilizza un’idea, una lingua o una capacità la si potenzia, la si rafforza e la si rende più facilmente utilizzabile successivamente. Questo principio è noto come feedback positivo o effetto a valanga. Il successo porta successo. Anche nei Vangeli viene trattata questa sorta di dinamica sociale. Qualsiasi cosa che modifica il suo ambiente per aumentare la produzione di se stessa mette in atto il processo dei risultati crescenti. E tutti i grandi sistemi autonomi lo attuano. La legge opera in campo economico, biologico, informatico e nella psicologia umana. La vita sulla Terra modifica la Terra per produrre più vita. La fiducia costruisce la fiducia. L’ordine genera ordine maggiore. Coloro che hanno, avranno.

Costruisci pezzo per pezzo. L’unico modo per costruire un sistema complesso che funzioni è quello di partire da un sistema semplice che funzioni. Tentativi di installare istantaneamente organizzazioni complesse – come l’intelligenza o un’economia di mercato – senza farle crescere gradualmente, sono destinati inevitabilmente al fallimento. Per mettere insieme una prateria occorre tempo, anche se si hanno tutti i pezzi necessari. Il tempo è necessario perché ogni parte possa provare se stessa nei confronti delle altre. La complessità viene creata assemblandola in maniera crescente da moduli semplici che possono funzionare in maniera indipendente.

Massimizza gli elementi marginali. La creazione del mondo sta nell’eterogeneità. Un’entità uniforme deve adattarsi al mondo attraverso occasionali rivoluzioni dirompenti, una delle quali è destinata sicuramente a distruggerlo. Una diversa entità eterogenea, invece, può adattarsi al mondo attraverso un migliaio di microrivoluzioni quotidiane, rimanendo in uno stato di agitazione permanente, ma mai fatale. La diversità favorisce i conflitti remoti, le periferie, gli angoli nascosti, i momenti di caos e i gruppi isolati. Nei modelli economici, ecologici, evolutivi e istituzionali, un salutare elemento marginale accelera l’adattamento, aumenta la flessibilità ed è quasi sempre la fonte delle innovazioni.

Onora i tuoi errori. Un trucco funzionerà solo per un attimo, finché tutti gli altri lo scoprono. Per progredire dall’ordinario occorre un nuovo gioco oppure un nuovo campo d’azione. Ma il processo di uscire dal metodo, dal gioco o dal territorio convenzionale non è distinguibile a prima vista dall’errore. Anche l’atto più brillante del genio umano, in ultima analisi, è un atto formato da prove ed errori. “To be an error and to be cast out is a part of God’s design” (essere un errore ed essere gettato via fa parte del disegno divino), scrisse il poeta visionario William Blake. L’errore, sia casuale che deliberato, deve diventare parte integrante di ogni processo creativo. L’evoluzione può essere pensata come controllo sistematico dell’errore.

Non cercare la perfezione: cerca di avere obiettivi molteplici. Le macchine semplici possono essere efficienti, ma i macchinari complessi di tipo adattativo non possono esserlo. Una struttura complicata deve rispondere a molti padroni e non può servirne nessuno in maniera esclusiva. Piuttosto che cercare di ottenere l’ottimizzazione di ogni funzione, un grande sistema può solamente sopravvivere soddisfacendo, almeno parzialmente, una moltitudine di funzioni. Ad esempio un sistema adattativo deve stabilire se sfruttare un percorso positivo già conosciuto (ottimizzare una strategia corrente), oppure stanziare delle risorse per esplorare nuove strade (sprecando così energia nello sperimentare metodi meno efficienti). Sono così varie le tendenze mescolate in qualsiasi entità complessa che è impossibile distinguere i veri motivi della sua sopravvivenza. La sopravvivenza è un obiettivo multiforme. La maggior parte degli organismi viventi è così multiforme da costituire variazioni brusche che casualmente funzionano, piuttosto che risultati precisi dell’insieme di proteine, geni e organi. Nel creare qualcosa dal niente occorre dimenticare l’eleganza; una cosa è bella se funziona.

Persegui il costante squilibrio. Né la costanza né il cambiamento inesorabile saranno sostegni adeguati per una creazione. Una buona creazione, come della buona musica jazz, deve bilanciare una formula stabile con frequenti note improvvisate. L’equilibrio è la morte. Tuttavia, a meno che un sistema non si stabilizzi in un punto di equilibrio, non sarà meglio di un’esplosione e cesserà altrettanto presto. Il niente, allora, è sia equilibrio che squilibrio. Qualcosa è squilibrio persistente: uno stato costante di permanenza sul confine tra la necessità di non fermarsi e quella di non cadere, come un surfista che cavalca l’onda. Cercare di insediarsi su questa soglia instabile è il Sacro Graal ancora misterioso della creazione e la ricerca di ogni aspirante creatore.

Il cambiamento cambia se stesso. Il cambiamento può essere strutturato; questo è ciò che fanno i grandi sistemi complessi: coordinano il cambiamento. Quando sistemi estremamente grandi vengono costruiti partendo da sistemi complicati, allora ogni sistema comincia a far sentire il suo influsso e infine porta alla variazione dell’organizzazione degli altri sistemi. Vale a dire che, se le regole del gioco sono stabilite dal basso verso l’alto, allora è probabile che forze che interagiscono al livello inferiore modificheranno le regole del gioco, mentre il gioco procede. Nell’arco del tempo, le regole del cambiamento vengono esse stesse cambiate.

L’evoluzione – nel senso comune del termine – riguarda il modo in cui un’entità viene cambiata lungo il corso del tempo. L’evoluzione più profonda – come potrebbe essere formalmente definita – riguarda il modo in cui le regole per il cambiamento delle entità cambiano lungo il corso del tempo. Per ottenere il massimo dal niente, occorrono regole che cambiano se stesse.
Questi nove princìpi sostengono la meravigliosa laboriosità delle praterie, dei fenicotteri, delle foreste di cedri, dei globi oculari, della selezione naturale nel tempo geologico, e la comparsa di un piccolo di elefante da un minuscolo seme di cellula uovo e sperma di elefante.
Questi stessi princìpi di bio-logica vengono impiantati nei microprocessori dei computer, nelle reti elettroniche di comunicazione, nei moduli dei robot, nelle ricerche farmaceutiche, nella progettazione dei software e nella direzione delle grandi società, affinché questi sistemi artificiali possano sottomettere la loro stessa complessità.
Quando Techne viene animata da Bios, si ottengono artefatti che sono adattabili, che apprendono e che evolvono. Quando la nostra tecnologia si adatta, apprende ed evolve, allora ci troviamo di fronte a una civiltà neo-biologica.”

 
Di Fabrizia (del 02/04/2006 @ 00:03:00, in Vocal Coaching/Lezioni di Canto, linkato 1276 volte)
FABRIZIA BARRESI – SIENAJAZZ 2004/2005
CORSO DI CANTO E TECNICHE IMPROVVISATIVE

COME (MINIMO) STUDIARE UN BRANO


Un brano del repertorio jazz, standard o meno, deve essere studiato in ogni suo aspetto strutturale, ritmico, melodico e armonico. Eccovi dunque un elenco di argomenti di studio il più possibile esauriente:


1. Tonalità (key): guardare le alterazioni in chiave, i primi e gli ultimi accordi, lo svolgimento della melodia… Memorizzare le alterazioni di base

2. Forma (form): fare un rapido calcolo delle misure (bars) e di come sono raggruppate, per esempio in gruppi di 4, 8, 12 o 16… Definire la forma con lettere per ogni sezione (AABA, ABAB, ABCD…)

3. Tempo/velocità e ritmo. Solfeggio ritmico del brano e individuazione degli eventuali segni di espressione o dinamica

4. Melodia del tema (head, a volte a seconda se sia la prima o l’ultima esposizione del tema, head-in e head-out)

5. Armonia: studio del ritmo armonico e della root line - a memoria

6. Analisi melodica del tema - a memoria

7. Analisi armonica, sviluppo degli arpeggi degli accordi e memorizzazione delle guide tone lines (3/7, 5/9…)

8. Memorizzazione delle scale di riferimento (relazione scala/accordo) e inizio dello studio dell’improvvisazione sul “giro”: studio sugli accordi in “stop motion”, concatenazione lenta delle cadenze e dei turnarounds, concatenazione dei punti più complessi

9. Scelta della tonalità per l’esecuzione, fermo restando che il brano DEVE ESSERE STUDIATO PRIMA IN TONALITA’ ORIGINALE, E COMUNQUE ANCORA MEGLIO SE IN 12 TONALITA’…

10. Studio delle parole (lyrics) del testo – a memoria, e TRADUZIONE accurata. Recitazione “teatrale” del testo e ricerca dei punti focali, degli accenti, di una o più chiavi interpretative; scelta del fraseggio drammatico (in caso di assenza di parole: scelta dei punti da accentare nella melodia)

11. Ascolto di varie versioni, quante più possibile, cantate E strumentali. Approfondimento storico del periodo in cui è stato scritto il brano, e ricerca sull’autore, sul compositore, sullo spettacolo o disco da cui è tratto, ecc…

12. Ricerca e scelta del SUONO per l’esecuzione, esattamente come uno strumentista sceglie lo strumento con cui vuole eseguire un brano (pianoforte o tastiere, sax soprano o tenore, contrabbasso pizzicato o con l’arco, o basso elettrico, tromba o flicorno, batteria o percussioni…). Questo vale a maggior ragione per eseguire un tema scat, o nell’improvvisazione.

13. Ricerca e scelta delle DINAMICHE e del FRASEGGIO

14. Eventuale studio del brano con l’aiuto delle basi Aebersold, soprattutto per quanto riguarda l’improvvisazione sul giro; uso degli “Aebersold” con l’esclusione di un canale, in modo da fare pratica anche solo con basso e batteria

15. Arrangiamento: INTRODUZIONE O INIZIO DEL BRANO, SVOLGIMENTO DEL TEMA, ORDINE DEI SOLI, RIPRESA DEL TEMA E FINALE. Questi 5 aspetti devono essere chiari nella vostra mente PRIMA di eseguire il brano con altri musicisti, in modo da poterli proporre al gruppo all’inizio della session. Meglio se avrete SCRITTO in modo chiaro ciò che desiderate eseguire.


Buon lavoro!
F.B.
 
Di Fabrizia (del 02/04/2006 @ 00:01:03, in Vocal Coaching/Lezioni di Canto, linkato 755 volte)
Datemi Cinque Minuti… (per salvare le vostre corde dall'affaticamento)




   In genere la domanda (retorica: la risposta sperata è “poco, pochissimo”) che mi si pone già dal primo incontro è: “ma quanto tempo devo studiare?” Per non spaventare gli allievi (i cantanti possiedono una psicologia tra le più delicate dell’intero oroscopo musicale…) rispondo sempre: “cinque minuti”. Poi spiego, dolcemente: cinque minuti al giorno… Moltiplicato per tutti gli esercizi di oggi, intanto… Facile, no? Allora questi esercizi che io considero fondamentali li ho chiamati direttamente i “cinqueminuti”.


   Sono esercizi da praticarsi tutti i giorni per 5 minuti ognuno, non per forza in serie ma anche, volendo, uno ogni ora (cioè 5 minuti di esercizio, poi un’ora di pausa, poi 5 minuti del secondo esercizio, e così via). Servono a costituire una nuova memoria fisica, a correggere atteggiamenti posturali e fonatori viziati, a far vivere di nuovo il corpo secondo la sua fisiologia. Possibilmente, col tempo, diventeranno, più che esercizi, modi naturali  di vivere, di muoversi, di respirare e di produrre suoni, cioè nuove procedure fisiche e mentali. Ogni esercizio potrà a questo punto essere ripreso anche più volte nella stessa giornata, usando magari la situazione vitale che si presenta al momento come pretesto per praticare un movimento corretto, con presenza e attenzione: la pausa al bar per lavorare una deglutione tranquilla e profonda, le ore seduti davanti al computer o in macchina nel traffico per respirare silenziosamente e in “hara”,  le conversazioni telefoniche per praticare l’appoggio e gli ancoraggi, o il parlare il più vicino possibile al proprio centro tonale, ecc... Essere un cantante significa vivere da cantante, cominciando dalla consapevolezza che la voce non è uno strumento che si può riporre nella custodia dopo l’uso!!!  Elenco di seguito gli esercizi con i loro “titoli”, rimandandone la spiegazione dettagliata alle prossime pagine e/o ai nostri incontri:


 1 - Respirazione addominale, diaframmatica, costale, clavicolare e uso dei 3 diaframmi respiratori
 2 - Respirazioni silenziose e uso degli ancoraggi dorsale, diaframmatico e sternocleidomastoideo
 3 - Pesci e sbadigli: esercizi per mandibola, laringe, faringe e palato molle
 4 - Deglutizione e linguacce (!): esercizi per la centratura
 5 - Rotazione degli occhi, automassaggio labbra, mastoidi, laringe, osso ioide (4° diaframma)
 6 - Rotazioni bacino, ginocchia, caviglie, spalle, polsi, testa, distensione cervicali (5° diaframma)
 7 - Ancoraggio dei muscoli dorsali con le consonanti
 8 - Attacchi delle vocali (duro, morbido, ponderato)
 9 – Suono di “radice”
10 - Armoniche
11 - Falsetti
12 - Lettura intonata e fluidità di passaggio fra livello parlato e livello cantato della voce
13 - Ascolto destro e postura d’ascolto (tecniche Tomatis)
14 – Humming lungo tutta l’estensione, con varie emissioni (M, N, L, V, R, vibrazione delle labbra…)



N.B: La serie dei “”Cinqueminuti” che ho indicata qui è dunque di 14 esercizi (denominati con le sigle C1, C2, C3… fino a C14), che equivalgono a ben 70  minuti di esercitazione quotidiana, in più dei normali vocalizzi che dovrete comunque praticare almeno tre volte alla settimana. Il trucco sta appunto nel non eseguirli di seguito perché:

- vi sembrerà di non dover faticare troppo (all’inizio è bene non oberarsi di lavoro...)
- vi  eserciterete in realtà molto più a lungo, perché l’effetto di questi esercizi perdura anche dopo la conclusione degli stessi
- acquisirete delle abitudini, basate sulla memoria fisica del movimento e sulla consapevolezza della   vostra fisiologia
- strutturerete nel vostro corpo e nella vostra coscienza (e spero anche nel vostro cuore)  una disciplina.
    

Per esercitazione quotidiana intendo proprio una cosa da farsi TUTTI I GIORNI, domenica compresa: non per stakanovismo, bensì perché, come ho già spiegato, si tratta di cambiare le proprie abitudini, in genere basate su preconcetti anche inconsci (organizzati in veri e propri sistemi di credenze...), per ritrovare la naturalezza dei propri movimenti, del proprio respiro e della propria vocalità.






 
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